EP 1 - 13 REASONS WHY

La serie

La protagonista Hannah, giovane diciassettenne, dopo essersi tagliata le vene, lascia 13 audiocassette che, attraverso la sua voce, descrivono i 13 motivi per cui non è valsa la pena vivere.
“13 Reasons Why” rimanda ad una serie di stereotipi giovanili che reperiamo frequentemente nel racconto dei nostri giovani pazienti: il bello della classe, l’antipatica, il carismatico, l’introverso, l’alternativo, il violento, il tossico, il bullo, il bullizzato, il tutto  in una high school di provincia, tra abusi di sostanze, sbronze, eroina, violenze sessuali, risse e noia.


La denuncia

In queste 13 ragioni vengono più o meno accusati tutti. Il corollario adolescenziale è vasto: dopo essersi  promessi amore eterno in momenti romantici i ragazzi riducono i partner a mero oggetto di consumo sessuale nei discorsi con gli amici, fingono di stimarsi per poi sfruttarsi a vicenda, denigrano i genitori i quali, pensa un po’, non capiscono nulla del loro mondo. 
In un tale vortice di emotività espressa e agita, Hannah decide di morire perché oramai si considera un oggetto da buttare via.

La parola

Quando la sofferenza è troppa, e sembra impossibile da poter essere elaborata attraverso la parola, ad Hannah non pare restare che il passaggio all'atto. La domanda centrale della serie riflette il dubbio che riscontriamo molto spesso nella clinica con i ragazzi: “vale la pena vivere?”. 

L'adolescenza

È un periodo complesso che ci mostra in modo preciso l'importanza degli incontri: amici o adulti che possano accompagnare i ragazzi in questa continua oscillazione tra dubbi e certezze, tra dipendenza dagli altri ed autonomia.

Gli  adulti

La serie evidenzia l’incapacità, da parte degli adulti, di gestire la sofferenza dei propri figli. Anche i “grandi” trasformano la loro angoscia in aggressività e rabbia: avvocati, rivendicazioni, denaro, ingerenze sui figli, tutto rimanda al “farla pagare” a qualcuno che ha tradito le nostre aspettative e la nostra esistenza. Tuttavia, l’angoscia rimane, le domande restano: dove ho sbagliato, cos’ho fatto, cos’ha lei/lui più di me? Allora non sono stato/a abbastanza…
La sofferenza, sostenuta da una forma di impotenza nel gestirla, non trova sfogo, tutto e troppo in fretta, l’impossibilità di elaborare questa piena di dolore non trova bersaglio a parte il corpo, corpo che va devastato nel vano tentativo che un danno fisico possa compattare una crisi emotiva.

La possibilità

Ecco allora che l’unica terapia possibile rimane, spesso attraverso un percorso psicoanalitico, quella di recuperare un’identità soggettiva e un desiderio proprio.
Non si può evitare il dolore che genera l’amore, non si può evitare il dolore che genera l’incontro con l’imperfezione dell’Altro, sia esso scolastico, amicale o genitoriale.
L’angoscia va dunque accettata, vissuta, masticata, assaporata. Spesso diciamo ai nostri giovani pazienti: “bisogna stare ancora più male di come sta adesso per poter guarire”. È indispensabile essere consapevoli di essere imperfetti, con quest’angoscia ci va fatto qualcosa: la possibilità viene dall'equilibrio tra il desiderio che gli altri hanno su di noi e l'affermazione della nostra soggettività. Del resto, alla fine, citando un cantante a noi molto caro “è tutto un equilibrio sopra la follia”.