EP 2 - Room (2015), il film

Le conseguenze di una violenza

Gli effetti di una violenza possono manifestarsi dopo diverso tempo?
Aver subito violenze implica, necessariamente, aver subito un trauma? E se sì, come si può superare? 

Room-il film

Room racconta di una ragazza che, mentre va a scuola, si ferma a parlare con uno sconosciuto che, per circuirla, le chiede aiuto. L’uomo la rapisce e la rinchiude in un capanno, con una sola e unica stanza, dove si reca per abusare sessualmente di lei. Il film inizia con il quinto compleanno di Jack, figlio concepito dalle violenze sessuali. Dopo 7 anni Joy riesce finalmente a tornare alla sua vita e riabbracciare i suoi cari. Rientrare nel mondo reale però non si rivela così semplice per lei e a un certo punto tenta il suicidio.
Com’è possibile che un essere umano resista, per tanto tempo, a una situazione così atroce e insopportabile e quando finalmente libero, anche di riprendersi la propria vita cerchi di togliersela?
Questo film racconta sicuramente una storia estrema di orrore, violenza e dolore; ma, nella sua estremità,  offre spunti che permettono di approfondire alcuni aspetti che come psicoanalisti ascoltiamo spesso nel corso di percorsi terapeutici intrapresi per trattare  violenze e traumi.

Trauma 

La psicoanalisi ci insegna che ciò che fa trauma è particolare per ciascun soggetto. Un cattivo incontro non produce necessariamente un trauma. Ma se il trauma si produce, e questo di solito accade quando il soggetto si sente totalmente lasciato cadere, quando non trova le parole per dire,  ciò probabilmente innescherà una fissazione che si manifesterà come ripetizione dello stesso.
Per la psicoanalisi non c’è mai determinismo diretto; tuttavia dalla mia esperienza clinica e dai miei studi posso sempre più constatare che è difficile che le violenze non lascino degli effetti che, molto spesso, si traducono in sintomi.  

Cosa si ripete?

E’ stato Sigmund Freud a scoprire questo meccanismo che ha definito coazione a ripetere , cioè la spinta dell’essere umano a ripetere una scena, un’esperienza o uno stato affettivo doloroso. Soffermandosi, in particolare, sull’attività onirica di pazienti affetti da nevrosi da guerra Freud scopre che la traccia lasciata dall’affetto o esperienza dolorosa innesca una ripetizione la cui intensità può esser tale da far pensare che agisca una forza demoniaca. 

Eros e Thanatos

I processi psichici sono, dunque, governati da una lotta tra due tendenze. Alla pulsione di vita, che mira alla conservazione della vita si aggiunge una pulsione distruttiva che può prendere il sopravvento sul soggetto. Il modo in cui si intrecciano queste pulsioni, Eros e Thanatos,  è molto variabile nell’essere umano e può mutare nello stesso soggetto in differenti momenti della propria esistenza.

Dall’ascolto di esperienze terrificanti che riportano alla domanda di come sia possibile che un essere umano riesca a resistere in queste situazioni ipotizzerei che, nel momento contingente dell’evento traumatico, l’essere umano attinge a tutta la pulsione di autoconservazione che dispone. Resiste grazie alla pulsione di vita. C’è una spinta a vivere, a non soccombere.

La psicoanalisi come possibilità

Tuttavia, come vedevamo poco fa, i soggetti che escono da queste terribili storie si trovano, spesso, a dover fare i conti con un dato di realtà. Il peggio è finito, passato ma nonostante questo torna incessantemente nella propria mente.
E allora è proprio qui che può intervenire la psicoanalisi come possibilità di udienza, di ascolto dei pensieri e delle parole del soggetto per interrompere la ripetizione di ciò che fa soffrire, per far prevalere Eros su Thanatos.