EP 3 - FRIENDS, la serie

Ogni mese un articolo per trattare da vicino proprio quelle questioni che riguardano i ragazzi ma che sono così difficili da dire, quelle questioni che sembrano impossibili da spiegare. 

La rubrica ALL YOU NEED IS FREUD nasce dal desiderio di parlare di psicologia a giovani fruitori, attraverso l'analisi di serie tv e film contemporanei.


Gli “amici”

Questa serie cult degli anni ’90 ha festeggiato da pochi mesi il venticinquesimo anniversario dalla messa in onda dell’episodio pilot che ha dato il via a dieci indimenticabili stagioni. Abbiamo vissuto momenti di straordinaria ilarità assieme ai nostri 6 “amici”: Monica Geller, maniaca dell’ordine e della pulizia che sogna una famiglia, Joey Tribbiani, latin lover aspirante attore che non comprende i vocaboli complessi ma ha ben chiaro il valore dell’amicizia, Rachel Green, figlia di papà appassionata di moda che abbandona il fidanzato all’altare e prova a farcela da sola, Phoebe Buffay, una hippie che crede negli spiriti, canta canzoni improbabili e ha un cuore immenso, Ross Geller, nerd appassionato di dinosauri innamorato dell’idea del matrimonio che, tuttavia, non fa che divorziare e Chandler Bing che usa il sarcasmo come “meccanismo di difesa”.

Le identificazioni

Come si può spiegare l’enorme successo di questa serie? Certamente un fattore importante è la facilità con cui è possible identificarsi con i nostri amici. Quale fan non ha mai pensato “ Io sono Rachel, lui è Chandler”! In psicoanalisi le identificazioni sono un concetto fondamentale e appartengono al registro dell’immaginario che vuol dire che hanno a che fare con la nostra immagine. Le identificazioni sono come delle maschere, dei costumi di scena che, soprattutto in adolescenza, proviamo e

riproviamo per vedere quale, sul palcoscenico della vita, riesce a darci un posto da occupare, un ruolo da interpretare.

Il soggetto

Le identificazioni sono quindi delle maschere che condividiamo con gli altri: quanti Ross e quante Moniche conosciamo? O ancora, basta guardare in ogni classe di una scuola qualsiasi per trovare “il figo”, “la popolare”, “la secchiona”, “lo sfigato”. Le indossiamo tutti e proprio perché condivise non dicono nulla sulla nostra soggettività, sulla nostra particolarità più unica, più singolare.

Il desiderio

In psicoanalisi si parla di “soggetti del desiderio” per indicare il fatto che è grazie al desiderio che diventiamo “soggetti”, per dire che sotto quelle maschere e quei costumi di scena esiste qualcosa di unico e, appunto, soggettivo che ci appartiene. Ma cos’è dunque il desiderio di cui parliamo in psicoanalisi? Non è certo il bisogno, che condividiamo con il mondo animale e che impone di essere soddisfatto in modo preciso (se ho fame non mi soddisfo bevendo!) e non è neppure una voglia, un capriccio.

Il desiderio è una forza vitale e prepotente che orienta la nostra vita, è il motore della nostra esistenza, è qualcosa di talmente potente che spesso spaventa: la clinica ci insegna che è difficile prendersi la responsabilità di togliersi quelle maschere che indossiamo da tanto tempo e affrontare la nostra più intima verità. Tuttavia il desiderio è talmente potente che non demorde e, se rimane inascoltato, se viene tradito, può farci ammalare. E qui entra in gioco la psicoanalisi come opportunità di scoprire questa verità che ci riguarda, assumerci la responsabilità del nostro desiderio ed imparare ad esistere come soggetti unici nella nostra più singolare particolarità.